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DEAD CITY RADIO : AUDIODROME

Dead City Radio : Audiodrome de Fausto ROMITELLI

Année de composition : 2002
Durée : 14.00 minutes

Formation :

Pour grand orchestre

Editeur

Editions Ricordi

Contexte CIRM


Notice :

La musique de Fausto Romitelli est issue de l’expérience électroacoustique, du traitement des spectres sonores (Grisey, Murail et Dufourt), mais aussi d’une expérimentation musicale en marge de l’avant-garde traditionnelle (rock techno). Romitelli a construit son propre langage en prise avec la réalité sociale, langage qu’il ne voulait en aucun cas réserver aux initiés.
Sa musique, dans laquelle des flux violents et une patte sonore très dense sont mis au service d’une éloquence expressive dans laquelle le son « matière à forger » se conjugue souvent avec son goût prononcé pour la technologie dans le cadre de structures formelles complexes.
De son intérêt marqué pour les multiples aspects sociaux et artistiques du monde contemporain, et en particulier pour les techniques de communication de masse est né « Dead City Radio » dont la réflexion initiale provient de l’œuvre du sociologue canadien Marshall Mc Luhan, « The medium is the message ».
Chaque canal de communication, indépendamment du contenu qu’il transporte, possède sa nature intrinsèque qui constitue in fine, le fondement réel du message. Dans ce sens, « Dead City Radio » traite de la naissance du rapport entre la perception et la technologie et devient une réflexion sur les techniques de production et de reproduction des canaux électroniques.
« La perception du monde est imposée par les canaux de transmission : ce que nous voyons et entendons n’est pas seulement une reproduction du monde, mais une recréation qui est dispensée par un médium électronique qui se substitue à l’expérience réelle. »
Il s’agira donc, dans cette œuvre, d’une réflexion sur la nature de la communication à l’ère des médias électroniques et d’une exploration de l’espace chaotique de la communication globale.
Ici intervient la « ville morte » lieu énigmatique, ville dans laquelle la communication est abolie ; mieux, où l’idée même de communication et de vie quotidienne est morte. Ce qui subsiste néanmoins est une relique de communication indéchiffrable.

Dès lors, du point de vue musical, les interférences, les distorsions, les réverbérations seront utilisées pour brouiller plus ou moins le message émis et la forme évoluera entre des moments d’une grande densité, des périodes autour de points de fixation (note ré) ou des moments de grands dépouillements. L’audibilité du message émis ne sera pas forcément proportionnelle à la raréfaction du complexe sonore. Le principe d’orchestration de base prend pour modèle la stéréophonie qui recrée la spatialisation de l’horizon sonore. Grâce à une écriture très souple avec un constant changement des dynamiques et une évolution des registres qui balaye de gauche à droite et de droite à gauche l’orchestre disposé traditionnellement. Grâce aussi au clavier électronique pilotant un échantillonneur et grâce enfin à une guitare électrique, de multiples mouvements sont organisés durant toute l’œuvre.
Il en est ainsi, par exemple, du thème de la « symphonie alpestre » de Richard Strauss, traité comme un échantillon, entendu clairement dans l’introduction puis brouillé immédiatement.
À la fin de l’œuvre, l’oscillation entre les aspects obsessionnels, et violents, entre l’extrême densité et l’extrême raréfaction est interrompue. Entre l’impossibilité de communiquer et la facilité de transmettre, pour un petit moment réapparaît le thème de la « Symphonie alpestre » subitement interrompu par le canal qui le transmet. La rencontre avec le monde médiatique - son pouvoir de persuasion et sa subtile et inflexible répression - est accomplie. Un mégaphone imité par le trombone en sourdine laisse seulement filtrer : « You are lost ».
François Paris (d'après le texte ci-dessous de Roberta Milanaccio)

 
Dead City Radio, per orchestra
L’esperienza dell’elettroacustica, il trattamento degli spettri sonori, ma anche forme di sperimentazione musicale al di fuori dell’avanguardia “colta” (rock, techno). Nella musica di Fausto Romitelli la ricerca di nuove dimensioni acustiche si abbina a una concezione della musica come mezzo non solo estetico ma anche comunicativo. “Compositeur en recherche” nel corso di informatica musicale all’Ircam di Parigi, Romitelli ha trovato la sua principale fonte di ispirazione nella musica francese contemporanea (Gérard Grisey, Tristan Murail, Hugues Dufourt), restando comunque attento alle più importanti esperienze europee (in particolare, György Ligeti e Giacinto Scelsi). Senza perdersi in un linguaggio per iniziati, completamente estraneo alla realtà circostante, Romitelli ha proseguito la sua personale ricerca concentrando nella sua musica un eloquente contenuto espressivo e un impatto sonoro violento dalla complessa struttura formale. Una musica estremamente compatta, talvolta dal flusso ipnotico e rituale, dove il suono “come materia da forgiare” si incontra con il gusto per la tecnologia.
Dal suo interesse per i molteplici aspetti sociali e artistici del mondo contemporaneo, in particolare per i mezzi e processi della comunicazione di massa, prende avvio Dead City Radio, la cui essenza è racchiusa in un’opera del sociologo canadese Marshall McLuhan: “The Medium is the Message”. Ogni canale, indipendentemente dai contenuti che esso trasporta, ha una propria intrinseca natura che costituisce l’unico vero messaggio. In questo senso Dead City Radio interpreta l’incubo del rapporto tra percezione e tecnologia e diventa una riflessione sulle tecniche di produzione e riproduzione dei canali elettronici. “La percezione del mondo è creata dai canali di trasmissione: ciò che vediamo e ascoltiamo non è semplicemente riprodotto, ma elaborato e ricreato da un medium elettronico che si sovrappone e sostituisce l’esperienza reale” (Romitelli). Si tratta dunque di una riflessione sulla natura della comunicazione nell’era dei media elettronici e di un’esplorazione nello spazio caotico della comunicazione globale.
Da qui si arriva alla città morta, luogo enigmatico nel quale la comunicazione è stata abolita, o meglio, dove l’idea di comunicazione, di vita quotidiana, è morta e ciò che rimane è un relitto comunicativo indecifrabile. Interferenze, distorsioni, riverberi ne sono il segno più evidente, quasi una contaminazione del suono, privato del suo status accademico, completamente reinterpretato, filtrato e riprodotto. Il principio acustico di base è la stereofonia, che ricrea la spazialità dell’orizzonte sonoro. L’organico per grande orchestra - integrato con la chitarra elettrica e con la tastiera MIDI che controlla un campionatore - è nella disposizione classica e l’effetto stereofonico è ottenuto con un complesso scambio dei segni dinamici (che determinano un’oscillazione dell’intensità del suono nello spazio sonoro), in particolare fra i percussionisti e fra chitarra elettrica e tastiera.
Nell’introduzione, sorprende l’ascoltatore la citazione del tema dell’Alpensimphonie di Richard Strauss, materiale di partenza trattato come un campione, subito distorto dalla presenza intrusiva di interferenze. Già dalle prime battute il sistema di riproduzione contagia come un virus, aggredisce sottilmente e muta la melodia, diventando sempre più invadente, per prevalere e poi annullare il messaggio musicale di partenza. A livello formale, dopo l’introduzione-citazione, seguono alternatamente due episodi le cui proporzioni vanno progressivamente invertendosi.
Il primo episodio è basato sul riempimento dello spazio sonoro da destra verso sinistra - dai contrabbassi ai violini, dai tromboni ai corni, dal campionatore alla chitarra elettrica – che corrisponde anche a un progressivo riempimento dei registri, dal grave all’acuto, con un incremento di un quarto di tono per ogni ottava a partire dalla nota base “re”. Una frase discendente molto rapida chiude l’episodio, che nella sua prima esposizione viene ripetuto tre volte.
Affidato al pianoforte, un segnale melodico discendente (quarta eccedente all’ottava seguita da una seconda minore all’ottava) apre il secondo episodio, una sorta di diversione dove il ritmo si fa incalzante e complessi intrecci polifonici potenziano gli effetti stereofonici, soprattutto tra percussioni, pianoforte e chitarra elettrica. Il segnale ripetuto sempre più serratamene crea un’atmosfera allucinata dove l’orchestra cresce per poi spegnersi improvvisamente.
L’alternanza dei due episodi principali è conclusa e un accordo al pianoforte, basato sullo spettro sonoro di una campana, apre una nuova sezione. I percussionisti posti ai lati del palco azionano dei metronomi, mentre due campane immerse nell’acqua glissano e creano un effetto eco sfasato. Un rapido ritorno al primo episodio e un’accumulazione sonora basata su echi inferiori, quasi una melodia riverberata verso il registro grave, bloccano l’incalzare del discorso musicale su un cluster su tutti i registri dell’orchestra.
L’oscillazione tra aspetto ossessivo e violento, ripetitivo e visionario, tra estrema densità e estrema rarefazione, è interrotta. Tra l’impossibilità di comunicare e la facilità di trasmettere, per un attimo ricompare il tema dell’Alpensimphonie, subito inghiottito dal canale che lo trasmette. L’incontro con il mondo mediatico - le sue persuasioni e la sua sottile e inflessibile repressione – è compiuto. Un megafono, imitato dai tromboni con sordina, lascia solo più filtrare: “You are lost”.
Roberta Milanaccio





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